Blade Runner 2049, un sequel all’altezza del suo nome

Essendo un fan dell’universo di Blade Runner di Ridley Scott del 1982 – e per estensione del gioco di Westwood Studios del 1997 – anche più del libro culto di Philip K. Dick, Do Androids Dream of Electric Sheep? è stato con una certa apprensione che ho avuto il mio primo contatto con Blade Runner 2049. Anche se avevo molta fiducia in Denis Villeneuve, succedere al capolavoro di Ridley Scott – un capolavoro di 35 anni fa che ha definito cosa sarebbe stato il cyberpunk al cinema – sembrava un compito quasi impossibile.

Dopo vent’anni di considerazione di un’estensione del suo universo, il progetto di Ridley Scott si è finalmente realizzato. Accantonandosi nel ruolo di produttore – una buona idea a parere mio R. Scott si è basato su una bozza di sceneggiatura di Hampton Fancher, co-sceneggiatore del primo film, e ha affidato la direzione di Blade Runner 2049 al regista del Quebec Denis Villeneuve (Arrival, Sicario). Una scelta saggia visto che Denis Villeneuve ha brillantemente raccolto questa enorme sfida. Offrendoci un affresco poetico vertiginoso e introspettivo di 2 ore e 43 minuti, D. Villeneuve ha diretto un sequel degno del suo travolgente antenato, che ne approfondisce l’universo e i temi. Così Blade Runner 2049 sublima il film originale, l’aggiunta dei due risulta in un insieme coerente dove le due opere si arricchiscono a vicenda.

Blade Runner 2049, un universo sensoriale

Il mondo è costruito in un muro che separa i gentili. Se dici a una delle due parti che non c’è un muro, hai comprato una guerra. O un massacro”. (Ten. Joshi)

L’universo di Blade Runner è un’esperienza viscerale e coinvolgente che ci cattura con la sua atmosfera visiva e musicale. In questo senso, Blade Runner 2049 è un degno successore del film di Ridley Scott. Le riprese in sequenza che indugiano su una Los Angeles fredda – quasi apocalittica – e i suoi dintorni sono splendide e ci offrono lo spettacolo titanico di una città in agonia i cui limiti sembrano impossibili da afferrare. Al di là della megalopoli, Blade Runner 2049 è più vario nei suoi ambienti rispetto al suo predecessore, con in particolare una Las Vegas abbandonata, irradiata e polverosa in un tono rosso caldo in opposizione al freddo blu di Los Angeles. Il lavoro sul colore e la luce del direttore della fotografia Roger Deakins è meticoloso e porta in ogni ambiente interno o esterno un ulteriore livello di lettura del film. In generale, ognuno dei luoghi di questo universo in perdizione rappresenta brillantemente un mondo la cui evoluzione architettonica, ecologica e sociale ci sembra naturale. Un mondo ancora più decrepito di quello di Blade Runner del 1982, come se la Terra e i suoi abitanti si fossero rassegnati ad accettare il silenzio e la morte (tempeste di neve che sostituiscono la pioggia battente, gli ultimi animali e la vegetazione essendo scomparsi). Un mondo finito.

Dicciamolo subito: la performance musicale di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch è forse il punto più controverso del film. Riprendendo alcuni motivi dalla leggendaria colonna sonora di Vangelis sul primo Blade Runner, la musica è meno melodica e molto più fredda. Si fonde con il sound design dando a Blade Runner 2049 un’oniricità diversa ma – secondo me – altrettanto ipnotica del primo film. Se gli effetti sonori brutali e dissonanti « alla H. Zimmer » sostengono efficacemente certe scene, sono però leggermente soprautillizati e finiscono per diventare un po’ pesanti – persino sgradevoli – alla lunga. Tuttavia, questa è una buona OST che supporta perfettamente il film. Il suo più grande « difetto » è che non ha un tema identificabile come il Love Theme o i titoli di coda di Blade Runner del 1982.

Una ricerca di identità e umanità

Prima facevo il tuo lavoro. Ero bravo a farlo.

– Le cose erano più semplici allora. (R. Deckard & K)

Una delle grandi domande che circondano Blade Runner 2049 era cosa potesse avere da dire di diverso dal primo film. Fin dall’inizio, il film prende la direzione opposta rispetto al suo prequel, in cui la natura di Deckard (Harrison Ford) – il protagonista principale – era una delle domande principali. In Blade Runner 2049, la natura dell’agente K (Ryan Gosling) è chiaramente definita dai primi dialoghi, è un replicante. Un replicante ma anche un blade runner la cui funzione è quella di cacciare ed « eliminare » i suoi compagni, ex modelli meno docili. A causa della sua condizione, K è un essere solitario, disprezzato dagli umani perché è un replicante e temuto dagli altri replicanti perché è un blade runner. Questa solitudine è uno dei temi principali di questo personaggio che persegue una ricerca di identità che è quasi a l’opposta di quella di Deckard. L’idea che potrebbe essere il primo replicante nato e non fatto – il che lo legherebbe a una famiglia e lo renderebbe unico – dà un senso alla sua esistenza e rende la sua solitudine ancora più pesante e sorda quando scopre la verità.

Rimanendo concentrato sui suoi personaggi, Blade Runner 2049 approfondisce in modo rilevante le questioni del primo opus intorno alle questioni di umanità e identità. È il fatto di essere nato che definisce l’umanità di K? Eppure il solo fatto di credere questo gli fa fallire il test di allineamento morale, rendendolo qualcosa di più di una semplice macchina-funzione. Il personaggio di Joi (Ana de Armas), la ragazza olografica di K, è in questo senso un personaggio interessante e difficile da definire. Cosa significa l’amore d’un ologramma intelligente ma programmato? Joi è davvero diversa da qualsiasi altro replicante? Non è certo unica, ma rimane un’intelligenza autonoma programmata, come un replicante, per una funzione precisa. Questo personaggio ci riporta alla facilmente dimenticabile – per antropomorfismo – condizione artificiale di tutti i replicanti. Il superiore di K, il tenente Joshi (Robin Wright), che ha accettato con riluttanza il modo in cui funziona il mondo essendo – letteralmente – un agente vigilando al suo mantenimento, è più umano dei replicanti Sapper Morton (Dave Bautista) e Freysa (Hiam Abbass) che si battono per migliorarlo? Che dire della carismatica Luv (Sylvia Hoeks), che sembra essere guidata dal suo ego? Solo il personaggio di Niander Wallace (Jared Leto) sembra leggermente al di sotto del resto del cast, anche se la trasposizione letterale del suo simbolismo è interessante (un personaggio fisicamente cieco ma anche simbolicamente così disconnesso dalla posta in gioco della storia, vedendo il mondo solo attraverso lo spettro delle macchine che ha creato).

Per concludere…

– Lei non ha figli, vero?

– Ho… milioni. (R. Deckard & N.Wallace)

C’è così tanto da dire su Blade Runner 2049 perché questo film è follemente denso, è senza dubbio un’opera di riferimento. Sulla forma il film è mozzafiato e di un’eleganza rara. Sulla sostanza e soprattutto come sequel perché a differenza di molti exploitation hollywoodiani, Blade Runner 2049 non si accontenta di vampirizzare la sostanza della sua licenza per farne l’iconizzazione puerile, lusinghiera ed ostentata, ma al contrario arricchisce e dà una nuova griglia di lettura a Blade Runner 1982.

Informazione
Blade Runner 2049
Denis Villeneuve
2017 – 163 minuti

Tradotto dal francese da Corneille Bunguye

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