Infection (Kansen), il tema del contagio in un mondo di fantasma giapponese

Infection (Kansen) diretto da Masayuki Ochiai nel 2004 è un kaidan eiga (film J-horror) che tratta il tema della malattia e delle sue origini nebulose. Questo film horror giapponese fa parte della serie di sei film chiamati J-Horror Theater, realizzati da sei registi con Premonition (Tsuruta Norio, 2004), Reincarnation (Takashi Shimizu, 2006), Kaidan (Hideo Nakata, 2007), Retribution (Kiyoshi Kurosawa, 2007) e Kyofu (Hiroshi Takahashi, 2010).

La storia si svolge in un vecchio ospedale dove i medici e gli altri lavoratori lottano per essere pagati a causa della mancanza di clienti e investimenti. Un certo stress pesa fin dall’inizio sui protagonisti del film, e si rafforza quando un individuo affetto da una terribile infezione viene rifiutato dal dottor Akiba, così come un errore medico che ha portato alla morte di un ustionato in coma, paziente da anni in questo strano ospedale. Il dottor Akiba e il dottor Uozumi, accompagnati da quattro infermiere, decidono di nascondere il corpo per un giorno, nella stanza 4 (simbolismo della morte nella cultura asiatica), il tempo che il prodotto scompaia dall’organismo del defunto. Allo stesso tempo, un terzo medico, il dottor Akai esegue, in segreto, strani esperimenti sull’individuo che non è stato precedentemente ammesso dal dottor Akiba.

L’intero staff medico alla fine si riunirà e si concentrerà su questo caso misterioso che sembra decomporsi in una forma viscida e verdastra, dissolvendo anche le ossa degli infetti in una specie di blob. Fenomeni sempre più nebulosi si verificano poi, trasformando gradualmente il team medico in mostri masochisti e dementi. Altri pazienti un po’ curiosi aggiungono un tocco cupo all’atmosfera inquietante del film con la loro semplice presenza: una vecchia signora dall’aspetto folle che parla con i fantasmi attraverso ogni sorta di riflessi, un ragazzino con una maschera da kitsune, un adolescente ribelle che stringe le sue cuffie.

Un’atmosfera fantasmagorica evidenziata dall’uso di filtri di colore che vanno dal rosso (evidenziato per le scene legate al « materialismo », sangue e carne) al blu attraverso il verde (più associato a fantasmi, e strani fenomeni più eterei).

In Infection, il tema del contagio è presentato in modo sottile: è una malattia reale e fisica che trasforma le persone in creature indicibili? È un virus i cui sintomi sono follia e allucinazioni? O è una vasta mascherata dei famosi fantasmi giapponesi, gli yûrei, che amano soprattutto perdere il soggetto della loro maledizione nelle sue proprie percezioni tra il mondo reale e quello dei sogni. Lo spettatore non sa su quale piede ballare durante tutta la visione perché il film ha diversi aspetti dell’horror moderno.

Un po’ di lato lovecraftiano viene fuori dalla messa in scena di una strana creatura informe e viscida, che ricorda un po’ Il principe delle tenebre di John Carpenter o un vecchio episodio di X-Files di Chris Carter che tratta dei Senza volto. Tuttavia, l’originalità del film sta nella sua messa in scena dei fantasmi tradizionali: un lavoro sui riflessi negli specchi e nelle finestre (che rappresentano il confine tra il mondo nascosto e il mondo reale); un’apparizione di una nonna spettrale vestita in kimono, che porta crisantemi e il cui riflesso in uno specchio ci conferma che ha veramente « perso la testa »; un insieme di filtri colorati, che separano il mondo degli spiriti e quello dei vivi, che si giustappongono durante la stessa sequenza o un fantasma femminile vestito di bianco appeso al soffitto. In conclusione, Infection è un mix armonioso e inquietante tra un film di fantasmi J-horror (yûrei eiga) e un film horror più moderno che tratta di follia e contagio.

Tradotto dal francese da Corneille Bunguye

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